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Domani è il mio compleanno, ma sticazzi

In genere il bilancio della propria vita si fa quando arrivano gli “anta”. Io no, lo faccio ai 35. Domani è il mio compleanno e non ho alcuna voglia di festeggiare. Questo post non vuole essere un riassunto deprimente di quella che è adesso la mia vita né un lungo rimpianto di quello che era il mio quotidiano, sebbene imperfetto, di undici anni fa, quando ho iniziato a scrivere su questo blog. Non ho mai smesso veramente di scrivere qui, l’ho sempre ripreso questo spazio, anche a distanza di anni, a volte troppo presa dal reale e dimenticandomi di me stessa. Perché è questo che succede, ci si distrae e ci si dimentica di noi stessi quando si è troppo presi dal lavoro, dai figli, e dagli impegni quotidiani. Prima ero più riflessiva e riuscivo a guardare meglio dentro me stessa: oggi ci riesco di rado, a volte ho persino paura di farlo.

Ogni tanto mi piace tornare indietro e leggere i miei vecchi post: questo diario è un dono prezioso che mi sono fatta, senza saperlo, anni fa. Ed ho letto una frase, in un post del 2009, che mi rappresenta tantissimo e che ho scritto io stessa: “non riesco mai davvero a capire quando una storia è davvero finita”. All’epoca mi riferivo all’amore, ma con la maturità posso ampliare il concetto. Una storia che sia d’amore, d’amicizia, un lavoro terminato. Io no, continuo a soffrire, a sbattere la mia mente contro qualcosa che se n’è andato e non si sa se e come tornerà. È dall’inizio di questo maledetto 2017 (lo sapevo che un anno che finisce per “17” non può portare nulla di buono) che lo sto facendo. E tutte le mie certezze adesso traballano.


Il giornale per cui lavoravo ha chiuso a gennaio: mi devono ancora 13 giorni di giornate lavorate e i tre mesi di “stipendio” di un contratto che mi avevano fatto per continuare a scrivere sul loro sito. Soldi in cui spero, ma che probabilmente non vedrò mai. Quello che conta però è lo strascico di questa storia: pensavo di essere riuscita a raggiungere un buon livello, di essere stata più apprezzata nella mia professionalità. Invece sono stata presa in giro: avevano detto che il sito sarebbe andato avanti, in sostituzione del giornale di carta, poi gli hanno tolto le fondamenta. Avevano detto che con la chiusura del giornale saremmo stati tutti meglio e più liberi: loro stanno meglio, io sono molto, molto più libera. Perché nell’accordo commerciale convenuto non si sa bene a chi (e che si è saputo soltanto dopo, e di cui credo mi manchi ancora qualche pezzo), tutti gli amici loro se li sono sistemati per bene: due (abbastanza meritevoli) li hanno buttati dentro al giornale concorrente (anche se per un contratto di un anno e poco pagati, ma almeno stanno nel giro e lavorano), un altro (che chiamerò I.) si è autoproposto come un topo quando la nave stava per affondare ed è stato buttato dentro pure lui; l’ultimo (che chiamerò A.) ha passato l’ultima serata di lavoro nella stanza del capo (compagnuccio di merende) implorandolo di intercedere per lui e mettendosi d’accordo su come fare per fregare tutti senza farsene accorgere e, pur essendo senza arte né parte, senza alcun valore né merito (batteva la fiacca alla grande nel giornale e scriveva pezzi appecoronati a qualsivoglia testadicaxxo che dicesse qualche oscenità fascista) e senza alcuna modestia, si è fatto buttare dentro pure lui. Stesso contratto e paga da fame degli altri tre, odiato da tutti, ma amico del capo e perciò dentro. Un’altra ragazza (S., brava a fare il compitino-articolo, ma giornalisticamente floscia) è stata presa da un sitarello; anche io avevo fatto il colloquio, ma non occupandomi del settore che serviva loro hanno preferito lei (oltre al fatto che il direttore si scopava quella che io una volta, ancora stagista, feci mettere a piangere in redazione perché non accettai di passargli uno scoop che era mio; questo dettaglio deve essergli rimasto impresso al direttorino). Altri si sono messi a fare gli addetti stampa, dietro a qualche politico o al monnezzaro di turno. Io sto a casa. Non sono andata a propormi a nessuno, tranne che ad un gruppo consiliare, ma non hanno i soldi per pagare e allora nulla di fatto. I giornaletti settimanali stringono la cinghia da un po’ e non c’è molto spazio, e comunque il livello si è talmente abbassato che forse è meglio starne alla larga. Insomma, sembra che questo 2017 stia congiurando professionalmente contro di me. Mancano meno di sei mesi alla fine, comunque. Ah, ho aperto nel frattempo un sito di notizie insieme ad un collega (D., che conosco da anni) e lo vogliamo registrare. Per ora ci lavoro senza troppo entusiasmo, ma l’occasione non me la voglio far sfuggire: forse l’autoimprenditorialità è l’unica strada rimasta. Dicevo, non sono andata a propormi a nessuno: forse sbaglierò, ma penso sempre che se ai giornali servi, loro sanno chi sei e dove trovarti.

Riguardo all’amore: quale amore, sarebbe la domanda da porsi. Ale è non pervenuto: la coppia credo stia per scoppiare. E questo fa molto male. Mi sento trasparente e tanto sola. Le bambine? Sì, loro sono la mia famiglia in senso stretto, ma credo che come tutti i figli non possano bastare da sole a colmare l’amore che serve per vivere: l’amore di madre è profondamente diverso da quello per un marito, seppure stronzo e assente, volubile, egocentrico, stanco e deluso. Sì, perché ad Ale l’ho deluso molto, con le mie di assenze: con la mia fuga dalla realtà verso un lavoro che mi ha portato, alla fine, soltanto frustrazione e rabbia. Quel lavoro mi allontanava un po’ dalle mie responsabilità, da quella gabbia stretta in cui può trasformarsi il matrimonio: con la critica sempre a portata di mano, il vaffanculo facile, la distanza mentale di chi ne ha abbastanza.

Ultimamente quando mi imbatto nelle foto delle coppie felici su Facebook (dove le coppie a tutte le età si dichiarano amore eterno in mondovisione, anche se lì – va tenuto presente - tutto è sempre amplificato e ostentato), oppure quando semplicemente vedo un film, non posso fare a meno di chiedermi come facciano le altre donne a farsi amare così tanto, nonostante i tanti anni insieme e nonostante l’arrivo dei figli (che, per quanta felicità possono dare, non neghiamo per favore che possono creare tensioni e distanze tra i genitori). Qual è il loro segreto? Se hanno comprato una pozione d’amore per il loro marito/compagno, la voglio anch’io, a qualunque prezzo. Poi però penso: forse non c’è un segreto, forse è soltanto che il loro uomo continua ad amarle. L’amore, in fondo, è semplice. L’amore ama, e non ci sono trucchi. I loro uomini continuano ad amarle, per come sono. Lo so, è brutto dirlo, ma soprattutto rendersene conto, ma io ad Ale non l’ho mai sentito dire che mi ama per come sono: i miei difetti ha tentato, per anni, di plasmarli. Ma per quanto possa averli arrotondati, essi ci sono ancora tutti, solo che sono molto più stanca di prima e le milioni di “micro-regole” per andare d’accordo con lui, io non le applico più come un tempo.

Non è solo colpa sua. Dicevo che Ale l’ho deluso, per un anno. Forse è solo questione di tempo che si riprenda e che, in fondo, mi perdoni per le mie assenze, fisiche e mentali. Il punto è che io ci credevo in quel lavoro, pensavo che potesse aprirmi finalmente delle porte che fino a quel momento non avevo mai potuto sognare. Non voglio giustificazioni, in certi giorni sono stata davvero pessima, ma da parte sua non ci sono lance, almeno adesso, che si spezzano in mio favore. La mia speranza è che questi sei mesi che mancano alla fine del 2017 passino in fretta e si portino via tutta questa tristezza e rabbia.

Sto canalizzando nello sport, che piano piano sta diventando una droga positiva ed è per ora l’unica cosa (bambine a parte) che mi dà gioia in questo momento: mi dà soddisfazione perché mi aiuta, insieme alla dieta, nel mio obiettivo di tornare ai miei 58kg (peso antecedente al matrimonio) e mi dà felicità, perché vedo piano piano i primi risultati. Adesso corro 6km. Chissà quanto, al prossimo post.


Mi ha fatto bene scrivere, domani – come dice una canzone di Vasco - sarà migliore (speriamo).

Pubblicato il 26/6/2017 alle 17.26 nella rubrica Diario.

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